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L’intelligenza artificiale come progetto umano. Intervista a Luciano Floridi

L’intelligenza artificiale non è un destino, un’imposizione o una promessa, ma uno strumento che possiamo attivamente progettare, governare e orientare. Luciano Floridi, membro del Comitato scientifico di IAIC, professore universitario a Yale e all’Università di Bologna e pioniere della moderna branca della filosofia dell’informazione, riflette su design, controllo ed etica dell’AI. Offrendo non speculazioni cavillose, ma questioni concrete. Non mondi (im)possibili, ma il mondo di oggi e domani. Non “dove andremo a finire”, ma “dove vogliamo andare”.

Il mondo delle possibilità logiche sull’intelligenza artificiale è affascinante, e tanto gli entusiasmi quanto i pessimismi tecnologici fanno clamore e infiammano il dibattito pubblico. Ma ci sono modi più appropriati di affrontare la questione.

In queste poche parole è possibile riassumere l’approccio di Floridi all’intelligenza artificiale, una tecnologia – o meglio, una famiglia di tecnologie – un po’ sulla bocca di tutti, ma ancora sfuggente e indefinita per molti. Floridi si interroga in modo critico su questa tecnologia, con la prospettiva globale del filosofo e al tempo stesso con lo sguardo attento alle specifiche sfide che quotidianamente l’AI pone nei diversi ambiti.

È infatti necessario considerarne concretamente sviluppi, opportunità e sfide sia a livello settoriale (sanità, educazione, industria) sia a livello generale (regolamentazione, principi etici dello sviluppo, esplicabilità dei sistemi) con un atteggiamento propositivo, costruttivo, “attivo”: non vivendola come qualcosa che “ci investe”, conducendoci verso utopie fatate o distopie orwelliane, ma neanche – rimanendo su un piano più neutro – verso un unico futuro possibile. L’innovazione (e l’AI non fa eccezione) è qualcosa che possiamo disegnare, creando modelli, immaginando orizzonti e ponendoci obiettivi da raggiungere.

Il tutto, avendo bene in testa linee guida etiche che non ci dicano solo cosa non fare, ma anche – e soprattutto – cosa si può fare.

In che senso l’intelligenza artificiale è una tecnologia rivoluzionaria?

«Quando si parla di intelligenza artificiale, purtroppo si scade spesso in affermazioni sensazionalistiche, sia in chiave ottimista sia in chiave pessimista: “L’IA salverà l’ambiente”, “L’IA migliorerà la democrazia”, “Schiavizzerà l’umanità”, “Distruggerà  milioni di lavori” e così via. Questo tipo di esagerazioni, che nascono anche da un’influenza californiana solo in parte giustificata, hanno il demerito di rappresentare questa tecnologia come fantascienza.  Quel che è vero è che questa tecnologia – sicuramente molto disruptive, dirompente – sfida molte nostre precedenti concezioni su ciò che pensavamo fossero nostre peculiarità: guidare un’automobile, giocare a scacchi, scrivere un testo, risolvere un problema decisionale o teorico complesso, produrre una app. Quello che però resta sottovalutato, a mio avviso, è quanta intelligenza umana serva per gestire questi strumenti: tanto più potente la tecnologia, tanto maggiori devono essere le abilità di chi la usa. Specie nel caso di una tecnologia che automatizza molti processi, il rischio è di finire a esserne gli spettatori o utenti passivi. Invece, chi la sa usare non può che trarne vantaggio.

 

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