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Chi governa l’algoritmo? Storia della sfida tra Washington e gli Stati sulla sovranità dell’AI

Negli Stati Uniti la regolazione dell’intelligenza artificiale è diventata, quasi all’improvviso, una questione di architettura costituzionale. Lo scontro tra la Casa Bianca e lo Utah sul disegno di legge HB 286 – la cosiddetta Artificial Intelligence Transparency Act – non riguarda soltanto obblighi di trasparenza o piani di sicurezza per i grandi sviluppatori di modelli avanzati. Riguarda qualcosa di più profondo: chi ha il potere di governare l’algoritmo.

Da un lato, l’amministrazione federale insiste sull’idea di un “One Rulebook”: un unico quadro normativo nazionale per evitare una frammentazione regolatoria tra Stati che, secondo Washington, rischierebbe di rallentare l’innovazione e indebolire la competitività americana nella corsa globale all’AI. Il messaggio è lineare: niente mosaico di leggi locali, niente differenziazioni territoriali, ma una cornice federale capace di garantire certezza e velocità al mercato.

Dall’altro lato, lo Utah rivendica un argomento classico del costituzionalismo statunitense: in assenza di una legge federale organica sull’AI, gli Stati possono e devono intervenire per proteggere i propri cittadini, in particolare i minori, dai rischi concreti delle tecnologie generative. Qui la vicenda smette di essere un episodio politico e diventa un banco di prova del federalismo americano. La Casa Bianca ragiona implicitamente in termini di preemption e di tutela dell’unità del mercato nazionale; lo Stato richiama invece la tradizione del Tenth Amendment, cioè la riserva dei poteri non delegati al governo federale.

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