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“Verso il nuovo regolamento europeo sulla privacy”, l'intervento dell'On. Michele Meta al convegno IAIC

Di seguito l'intervento dell'On. Michele Meta, Presidente della Commissione Trasporti, Poste e Comunicazioni presso la Camera dei Deputati, al convegno "Governance di Internet ed efficienza delle regole: verso il nuovo regolamento europeo sulla privacy”, evento che ha avuto luogo nel pomeriggio del 13 novembre a Roma.  

Partiamo dall’appuntamento più vicino, quello del 4 e 5 dicembre che fa un po’ da sfondo, e probabilmente anche da spunto, all’incontro di oggi: mi riferisco naturalmente al Consiglio europeo giustizia e affari interni, dedicato al tema dei dati personali e della privacy, nel quale è prevista l’approvazione del regolamento generale in materia di protezione dei dati personali. Ecco, il fatto stesso che – nel mezzo di una crisi economica come quella attuale, e con l’ondata antieuropeista ancora forte – gli Stati europei si ritrovino a discutere di un tema del genere dà l’idea della sua  importanza e della sua urgenza. È un tema che ricorre con frequenza, anche a livello di Stati nazionali, perché la rete ha rivoluzionato le regole del gioco, come molti punti toccati in questo convegno ribadiscono: la statistica che si ricorda in queste circostanze – vent’anni fa meno dell’1 per cento della popolazione mondiale sapeva usare internet – può sembrare un po’ abusata, ma rende benissimo l’idea della sfida enorme di fronte alla quale ci troviamo.

Il manifesto che oggi presentate, ossia il manifesto dell’Accademia Italiana del Codice di internet, si apre con un passaggio molto importante sulla fatica degli operatori del diritto: appena cambiano le tecnologie, si aprono nuovi fronti, e il diritto normalmente rincorre (non sempre è facile, infatti, prevedere). Poi uno può dire che i principi rimangono quelli costituzionali, ma è facile rispondere che, sì, i principi di fondo possono anche restare quelli, ma allo stesso tempo il bilanciamento tra diritto di cronaca e diritto alla riservatezza nel 2014 è molto più complicato rispetto al 1948; basti pensare al tema del diritto all’oblio, che oggi è un argomento serissimo e che, sessant’anni fa, sarebbe sembrato una stranezza. È un momento complicato per i giuristi che si occupano di questi temi, bisogna ammetterlo. E quindi manifesto solidarietà ai presenti, che mi sembrano parecchi.

Ma accanto alle difficoltà dei giuristi, lo dico da soggetto interessato in prima persona, ci sono quelle dei politici. Perché anche il legislatore è chiamato a un aggiornamento continuo: più volte mi è capitato di sentir dire che i governi farebbero meglio a non occuparsi proprio della rete, e lasciarla alla sua autoregolamentazione, perché “la rete cambia così velocemente che nessuna legge riuscirebbe a starle dietro”. È un approccio che non mi convince, anche perché spesso sottintende un’intolleranza anche ideologica alle regole, ma certamente in questo momento storico il problema del cambiamento rapido è reale, per tutto il settore delle telecomunicazioni. Faccio solo un esempio, che non c’entra con il tema di oggi ma che può dare un’idea della rapidità dei cambiamenti: l’indagine conoscitiva in corso nella Commissione Trasporti della Camera sul sistema dei servizi di media audiovisivi e radiofonici, alla quale anche l’Accademia italiana del Codice di internet contribuirà con un’audizione.

Perché abbiamo deciso di avviare questa indagine, dando voce agli addetti ai lavori e agli esperti del settore? Perché quattro anni fa eravamo tutti concentrati sullo switch off al digitale terrestre, che sembrava una svolta epocale (e in un certo senso lo è stata); tra due anni, con la metà delle famiglie europee in possesso di una smart tv, il tema centrale sarà quello della coesistenza tra broadcaster tradizionali e prodotti audiovisivi disponibili in rete. Il televisore resta quello, per tutte e due le piattaforme, ma cambia tutto. Cambia anche la concezione stessa di diritti televisivi, e forse addirittura di emittente televisiva. Ecco perché la governance di internet è, appunto, al centro delle sfide presenti e future: se ieri la ricchezza di qualcuno si misurava dal possesso delle merci, oggi invece la ricchezza è spesso costituita dal possesso dei dati personali.

Accade anche fuori dalla rete – pensiamo alla fidelizzazione nella grande distribuzione, al modo in cui il cliente viene fotografato per conoscere i suoi gusti e le sue abitudini – ma, è chiaro, con internet tutto esplode all’ennesima potenza. Facebook, da questo punto di vista, è una miniera, è il nuovo Eldorado: se fossi una società di ricerca di personale, riuscirei a ricostruire con una certa precisione il profilo dei miei candidati prima ancora di incontrarli, e il più delle volte – perché questa è la stranezza, oggi – addirittura a loro insaputa. Infatti, mentre da un lato il cittadino medio pretende giustamente tutela della propria identità digitale, dall’altro rilascia i propri dati con molta superficialità, senza preoccuparsi di dove andranno a finire, di come verranno gestiti e soprattutto se potranno essere cancellati con la stessa facilità con cui sono stati inseriti. E la risposta, naturalmente, è no, perché in rete si lasciano tracce.

La prima direttiva europea sull’argomento, se non erro, è la 46 del 1995, seguita poi dalla 58 del 2002, dalla 24 del 2006, e così via: la frequenza denuncia appunto la necessità di un approccio meno manicheo possibile – direi “mite”, se mi si passa il termine – e, per così dire, “aggiustabile in corsa”, migliorabile come una macchina di Formula 1 o una moto GP viene migliorata gran premio dopo gran premio. Spero che il professor Sica non si offenda se cito un passaggio del suo contributo al convegno di maggio scorso all’Università europea, in cui denunciava un’internet con molte regole e poco diritto: una coscienza europea sta crescendo, diceva il professore, e la situazione è migliorabile purché si tengano presenti due paletti. Il primo è che la rete non è solo il luogo della libertà di espressione, ma ha anche – e soprattutto, oggi – una valenza commerciale; il secondo è che limitare tutti gli obblighi di chi fa profitto sulla rete al consenso (spesso distratto) degli utenti è, oggettivamente, una tutela più di facciata che reale. C’è un passaggio interessante, per quanto riguarda il tema di oggi, nella bozza di dichiarazione dei diritti in Internet (il cosiddetto Bill of Rights, su cui la Camera dei deputati ha avviato una consultazione pubblica): è l’articolo 14, sui “Criteri per il governo della Rete”. Si dice, in sostanza, che le regole relative alla Rete possono essere classificate in tre categorie: l’autoregolamentazione di cui parlavamo prima, essenziale nei primi tempi di Internet e ancora importante, soprattutto per la definizione delle regole tecniche; la regolamentazione degli Stati nazionali, che – con i loro intrinseci limiti territoriali – si confrontano con la normazione di alcuni aspetti specifici di Internet; infine, il sistema di direttive, accordi, protocolli, europei e internazionali, che hanno potenzialmente maggiore efficacia grazie alla loro dimensione transnazionale ma, in genere, hanno meno cogenza e quindi sono meno efficaci nel far rispettare ciò che prescrivono.

Una efficace regolamentazione di Internet deve essere basata sulla integrazione di queste tre diverse fonti normative, di per sé necessarie ma non sufficienti, e tra i diversi livelli territoriali. Poi – la lascio alla fine, ma non perché sia meno importante – c’è un’altra strada da percorrere, che il vostro manifesto promuove e che personalmente condivido molto: è la strada “dal basso”, quella che parte dall’educazione e dall’alfabetizzazione digitale ed è il presupposto dell’autodisciplina della società civile. Sono sicuro che, anche su questo punto, potremo fare molto. In bocca al lupo all’Accademia Italiana del Codice di internet, allora, e buon lavoro a tutti.

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